Immagine di copertina: un’immagine da Los Angeles dei Golden Globe Awards. Fonte: Wikimedia Commons.
Amy Poehler ha vinto il Golden Globe per il Miglior Podcast.
Ritirando l’ambita statuetta, Poehler si detta una novizia nell’ambito del podcasting, e ha dichiarato di avere “grande rispetto per questa forma d’arte”.
Quanto accaduto è il sintomo più chiaro dell’era dei new media: il premio statunitense, massimo riconoscimento per film e serie tv, ha deciso di includere anche i podcast come prodotto creativo.
Già i Golden Globe nel 2024 si erano mostrati al passo con i trend, più che con i tempi, inserendo la categoria di Miglior Performance in Stand-Up Comedy in Televisione.
Una scelta di seguire anche il pubblico nelle sue scelte: chissà quale sarà la posizione degli Oscar, invece.
Il podcast che ha vinto il Golden Globe
Poehler, attrice e comica, nota per le sue parodie di Hillary Clinton al Saturday Night Live, ha ricevuto il prestigioso riconoscimento per “Good Hang”, letteralmente “qualcuno piacevole da frequentare”, con cui si sta bene.
Il prodotto è stato lanciato dalla Paper Kite Productions e The Ringer solo 10 mesi fa, ma è diventato subito un fenomeno, soprattutto radicato nella cultura dell’intrattenimento statunitense.
Gli ospiti non hanno un seguito pari da questa parte dell’oceano, ma si tratta di comici di tutto rispetto come Martin Short, Ike Barinholtz, Quinta Brunson.
Poehler conosce bene il palco dei Golden Globes: è stata nominata diverse volte, ne ha vinto uno, ha pure presentato la cerimonia. Ma con i podcast, non se l’aspettava di vincere.
Gli altri nominati ai Golden Globe per il Miglior Podcast includevano “Armchair Expert With Dax Shepard”, “Call Her Daddy”, “Smartless”, “The Mel Robbins Podcast” e “Up First”: titoli che probabilmente dicono pochissimo da questa parte dell’oceano.
Durante la cerimonia, è stato lanciato uno sketch che faceva la parodia dello spot in cui Nicole Kidman elogiava la magia del cinema visto nelle sale.
Una conduzione dal sapore sardonico, in cui i Globes, regno della televisione e del cinema, avvicinano a sé il podcast, che minaccia di divorare le altre arti, come Crono i suoi figli.
Tra la malinconia patinata dello spot vintage, e il monito del rapper Snoop Dogg di gettarsi anche lui nel mercato, anche una promo di Tinder e una di calzini, interpretati proprio da altri host di importanti podcast.

Parte dell’attrezzatura necessaria a registrare un podcast. Fonte: Pexels.
Podcast killed the radio star
Dopo che lo youtuber MrBeast ha condotto il suo programma su Amazon Prime, non sorprenderà che Netflix abbia trasmesso il suo primo episodio di podcast: The Bill Simmons Podcast.
L’industria, che si stima produca 7,3 miliardi di dollari, non è più solo audio ma anche video, in un momento storico in cui YouTube sta diventando la nuova televisione.
L’economia gioca indubbiamente la sua parte, come sottolinea il New York Times.
I Golden Globes sono co-proprietà di Jay Penske, che possiede anche, tra le altre, The Hollywood Reporter, con cui Spotify, che produce il podcast di Poehler, ha sponsorizzato un tavolo alla cerimonia.
Il processo di selezione della lista dei 25 candidati ha lasciato scontenti molti competitor, ma a pensarci bene si pesca in un bacino davvero enorme e ibrido.
Come scrive l’Economist, i podcast hanno diverse traiettorie per rapportarsi allo schermo: a volte forniscono un materiale narrativo per adattamenti, come Gaslit o Homecoming.
Ma il rovescio della medaglia è proprio questo: che solo pochi hanno davvero la caratteristica di essere buone narrazioni, come ci si aspetta da film e serie tv.
I podcast possono essere tante cose: ve ne sono alcuni gestiti da grandi testate internazionali ai programmi più politici, da quelli condotti da celebrità come i conservatori Tucker Carlson e Ben Shapiro, a quelli che parlano di stile di vita e quotidianità.
Il tratto dei podcast selezionati per il Golden Globe per il Miglior Podcast è inequivocabile: fanno tutti ridere, a parte Up First, messo lì forse per ritegno.
Le puntate affrontano i temi più disparati, ma in genere hanno un host piacevole da ascoltare, che ormai è una celebrità, e che parla con altre celebrità, che spesso si siedono a promuovere qualcosa.
In generale, il bacino a cui i selezionatori hanno attinto ricalca una supremazia degli Stati Uniti sui nuovi media, a differenza di serie tv o film che raggiungono la fama internazionale e su cui anche spettatori di tutto il mondo possono trovare un accordo.
Domandarsi se è il caso di elevare i video-podcast allo status della settima arte è forse anacronistico, ma niente vieta di interrogarsi seriamente su quali criteri si adoperino per conferire un premio così importante.
Anche e soprattutto se quel prodotto parla quasi esclusivamente al pubblico statunitense.




