A poco più di due settimane dalla conclusione del Black Friday, che ormai non è più un solo giorno, ma si protrae per almeno una settimana, iniziano ad arrivare i dati consolidati sull’adesione degli italiani alla più grande promozione online (e non) dell’anno.
PwC stima un’adesione dell’85% agli sconti di fine novembre, mentre NielsenIQ segnala tassi di crescita a due cifre rispetto al 2024.
E mentre la Black Week sembra inarrestabile, i dati sull’affluenza al voto delle regionali in Veneto, Campania e Puglia di qualche giorno prima, offrono un quadro completamente opposto: circa il 45% degli aventi diritto si è recato alle urne, meno di un elettore su due.
Se la politica affonda in queste percentuali come un centro commerciale desertificato, il Black Friday conferma invece il suo ruolo di evento più trasversale dell’anno. Per certi versi persino più del Natale, perché coinvolge nuovi e vecchi italiani, nuovi e vecchi consumatori.
E non si tratta di un’elezione, né di un referendum costituzionale, ma della regina di tutte le promozioni appunto.

Ha senso confrontare mele e bulloni? Forse no, o forse sì.
Da un lato c’è un rito democratico che dovrebbe decidere le sorti di tre regioni; dall’altro, uno sconto su un dispositivo elettronico o su un paio di scarpe. E nella gerarchia del coinvolgimento collettivo vince il secondo, senza neanche sudare.
Molti parlano di “qualità dell’offerta politica”, come se gli italiani fossero clienti delusi davanti a uno scaffale senza varietà.
Ma la questione è molto più viscerale: il primato dell’economia sulla politica (e ancor più della finanza sull’economia). Quando un potere diventa subalterno, perde sia autorità che capacità di incidere.
Oggi i cittadini hanno la sensazione – anzi, la certezza empirica – che votare non cambi molto la loro quotidianità.
Le decisioni che migliorano le nostre vite non arrivano più dai Consigli Regionali o da Montecitorio, ma da piattaforme globali, algoritmi e dinamiche economiche che governano prezzi, disponibilità di beni, lavoro e opportunità.
Un’azienda può incidere sulla tua vita in dieci minuti; la politica, se va bene, in dieci anni.
E se questo paradigma infetta anche la politica locale, da sempre più vicina alle scelte dei cittadini, la brutta notizia è che “moriremo tutti”: destra, sinistra e perfino il grande centro.
Le persone si comportano in modo coerente con il proprio istinto di sopravvivenza pragmatica: dedicano energie a ciò che sentono vicino, concreto, immediato.
Cliccano su uno sconto perché sanno perfettamente cosa succederà il giorno dopo: arriverà un pacco.
La politica parla di visione, di riforme, di futuro. L’economia parla di sconti, consegne rapide e carrelli della spesa. Amazon e la grande distribuzione ti restituiscono potere d’acquisto in un click; la politica non riesce ad aumentarlo da trent’anni.
In questo divario – che non è ideologico, ma sensoriale – si inserisce l’astensione. Non come disaffezione sterile, ma come risposta logica a un sistema che ha smesso di generare impatto percepibile. La politica promette; il mercato consegna. Non c’è ironia: c’è antropologia.
Finché continueremo a leggere l’astensionismo come un deficit della classe dirigente o della proposta politica, non capiremo il nodo vero: gli italiani non si sentono traditi dalla politica; si sentono sollevati da essa. E per questo la sostituiscono nella scala delle priorità con ciò che li riguarda davvero.
Giampiero Mughini, forse parafrasando Allen Ginsberg, ricorda spesso che “le migliori menti della sua generazione aspiravano a fare politica”; le migliori menti di oggi, invece, aspirano a lavorare per Google, Meta, Amazon o per il prossimo colosso dell’automotive cinese.
Non solo per stipendi migliori, ma perché lì possono incidere sul futuro del pianeta più di quanto potrebbero farlo nell’amministrazione della cosa pubblica.

Se la politica vuole tornare rilevante, deve compiere una scelta radicale: riprendersi un pezzo della sua egemonia dall’economia, restituendo ai cittadini qualcosa di tangibile e immediato.
Non si tratta di diventare un gigante distributivo o un supermercato, né un paese socialista, ma di riappropriarsi di leve e strumenti politici sottraendoli all’economia e alla finanza.
In parte regolando, in parte gestendo, in parte creando alternative: entrare nella governance delle multinazionali tech che operano nei nostri stati, finanziare o lanciare piattaforme IA e social europee, mettere becco sugli algoritmi che ormai modellano le vite dei nostri ragazzi; ripensare modelli di debito pubblico e investimenti.
Solo così la politica potrà emanciparsi dallo stallo, incidere davvero e tornare ad attrarre le migliori menti delle nuove generazioni.
E solo così potrà avere gli strumenti per attivare politiche concrete su fiscalità, demografia, flussi migratori, sicurezza e tutela dell’identità delle nostre città.
Altrimenti si indebolisce la democrazia: quella seria e complessa, ma comunque chiamata a restituire ai cittadini politiche semplici e concrete.
E la nostra capacità di incidere sul futuro delle comunità verrà relegata su uno scaffale laterale; mentre al centro, luminoso, campeggia un grande cartello nero: Black Friday – tutto al 70%.




